Il comandante inglese, noto per aver aperto la collaborazione con i partigiani, è stato per troppo tempo un eroe dimenticato . Recentemente, in Inghilterra, un libro ne ha rilanciato la figura e la breve vita che si spense tragicamente a Pizzoferrato il 3 febbraio 1943.
Nei racconti e negli studi sull’attività della Brigata Maiella pubblicati negli ultimi anni, rari e frammentari sono i riferimenti alla figura del maggiore Lionel Wigram (1907-1944), responsabile del comando inglese di stanza a Casoli.
Eppure il suo ruolo è stato determinante per la sorti della Brigata Maiella, inizialmente chiamata anche “Wigforce”, che divenne una vera e propria unità bellica, “inserita” nelle truppe alleate, al cui fianco continuò a lottare fino alla fine della guerra, ben oltre i confini regionali.
Una caratteristica unica nel panorama della storia della resistenza italiana, osserva Romano Canosa nel suo recente saggio sulla Brigata Majella (ed. Menabò, 2009, p. 5).
Ma l’interesse che ci muove nel delineare la presenza di Wigram in Abruzzo supera ampiamente i confini storico-militari, peraltro rilevanti nel più ampio contesto del secondo conflitto mondiale ed in particolare delle vicende sviluppatesi in Italia.
Fondamentale risulta la conoscenza del racconto-testimonianza di un ufficiale inglese, o meglio scozzese, Denis Forman. Pubblicato con il titolo “To Raison why” (in italiano “Ragionando sul perché”), di cui un’ultima edizione è stata edita lo scorso anno in Gran Bretagna – che offre interessanti elementi per meglio comprendere quanto accaduto a cavallo tra 1943 e 1944 in Abruzzo, ponendo in luce non solo il ruolo di Wigram, che trovò la morte a Pizzoferrato all’alba del 3 febbraio 1944, durante un duro scontro con truppe tedesche, ma anche la sua profonda umanità e cultura.
Le ragioni del libro sono spiegate sin dal titolo come esigenza di rispondere innanzitutto alla vedova, sig.ra Olga Wigram, che aveva chiesto insistentemente a Forman, in una lettera del successivo 5 marzo, che le venissero spiegate le circostanze che avevano portato alla morte del marito Lionel, di cui le restava “impossibile credere, che quando questa guerra crudele sarà finita, non tornerà di nuovo a casa”.
Il generale Montgomery nel suo memoriale di guerra da “El Alamein to the river Sangro” ignora volutamente la presenza e il ruolo dei partigiani nelle drammatiche giornate che hanno visto l’Abruzzo divenire teatro di sanguinose vicende, centrali nella evoluzione della seconda guerra mondiale. Il Field Marshal con un linguaggio freddo espone la sua strategia militare, non nascondendo insofferenza per il contesto politico e militare venutasi a creare dopo l’8 settembre nel nostro Paese, con una visione assai riduttiva rispetto alla complessità storica di quel periodo.
Secondo Forman, pare che fosse stata proprio una relazione di Wigram - poco piaciuta a Montgomery – a provocare la sua destinazione, sostanzialmente punitiva, nell’area della Maiella, il cui comando, con una limitata dotazione di uomini, aveva sede a Casoli, ai margini di quella che era drammaticamente diventata la “terra di nessuno” (“no mans land”) del fronte abruzzese.
Prima dell’arrivo del maggiore inglese al comando, vani era stati i tentativi dei partigiani di accreditarsi presso gli alleati. Forti erano i pregiudizi nei confronti degli italiani, nel particolare momento storico vissuto dal nostro paese, mente lo stesso Montgomery era contrario ad avvalersi della collaborazione di partigiani. Dalle testimonianze di Forman vengono confermati i contatti avviati con gli alleati all’inizio del dicembre 1943 dal gruppo di partigiani di Civitella Messer Raimondo, poi ricompreso nella successiva e progressiva fase espansiva del movimento che portò alla costituzione della Brigata Maiella.
Forman, che aveva conosciuto Wigram in Inghilterra, frequentando la scuola di guerra di Bernard Castle, non si limita a raccontare gli eventi, ma descrive anche le sue impressioni su quei giorni ed in particolare con gli abruzzesi: “Come passava il tempo, il mio affetto per la gente d’Abruzzo cresceva sempre più forte. Amavo il suono della loro lingua, molto diverso dal parlare romano e la varietà dei loro gesti, alcuni complicati e la maggior parte caratteristici della regione. La conversazione con un abruzzese poteva prendere la forma di una gestualità mimica continua, dapprima unilaterale, ma man mano che cresceva la familiarità con il repertorio, anche io potevo sostituire le parole con i movimenti delle mani fino al massimo dei gesti di richiesta, quando offrendomi un secondo piatto di pasta, indicavo: “Grazie- tanto-era- tutto-delizioso-non riesco-a mangiare-nient’altro-ma facciamo un brindisi-per uno”. Tutto questo senza dire una parola. Sebbene in diversi aspetti avevano il carattere tipico dei contadini di tutto il mondo - attaccati al denaro, stoici nell’affrontare i disastri (sia se causati da forze naturali sia dovuti alla guerra), forti lavoratori, attaccati alla famiglia, gelosi della terra, inclini alla vendetta e all’odio profondo - gli abruzzesi avevano qualità uniche: una forma di nero umorismo, improvvisi scoppi di passione e una generosità d’animo per cui, una volta che ti accettavano come amico, ti coinvolgevano nell’intimità del loro ambito familiare”.
Forman è un ufficiale in guerra, ma è anche un attento osservatore di quanto lo circonda, ad esempio quando annota con un pizzico di emozione come “una delle immagini più commoventi che ho portato con me da Casoli è quella di una continua processione di donne, da giovani ragazze a ottantenni, tutte vestite di nero, che si fanno strada attraverso ripidi sentieri da una cava di pietra situata alla base del villaggio fino alle loro case nel punto più alto, dove erano stati fatti i danni maggiori. Ognuna di loro portava una grossa pietra appoggiata su un panno arrotolato sulla testa.”
Non mancano gli aneddoti: “Ricordo una sera che mangiavamo la pasta e bevevano il temibile ‘cotto’ in una fattoria che sembrava più una stamberga, dove le posate consistevano di coltelli (uno ogni due) del genere usato in Scozia per scuoiare un cervo, e mezza dozzina di forchette ricavate da ossa e intagliate a mano. Ammiravo fortemente le forchette che avevano la grazia e l’equilibrio dell’arte antica Minoica e vedendo questo, come l’atmosfera si scaldò, la signora mi offrì le forchette in regalo. Sentivo che non potevo privarli di un attrezzo essenziale per mangiare così ne presi giusto una come dono e in ricordo. La mattina dopo mi fu recapitato in ‘albergo’ un piccolo pacchetto avvolto in una grezza carta nera. Dentro c’erano le altre cinque forchette con una nota per lo più indecifrabile dove mi chiedevano di tenerle. Cosa che feci, ritornando poi la sera dopo a cantare per loro una canzone di ringraziamento, con l’accompagnamento di una fisarmonica, che aveva una frase rivolta a ogni membro della famiglia, e un coro che al posto di ‘O sole mio’ cantava ‘O forchetta..’.
Interessante la descrizione dell’invito a cena nel castello di Casoli, che permise un bagno ai due ufficiali, ma anche di intrattenersi con il barone e sua figlia Elena con discussioni su Virgilio, Cicerone e Tucilide, ma anche su Shakespeare.
I rapporti di Wigram con gli abitanti dei paesi della Maiella erano forti, ma diversi. Era un avvocato e amava l’Italia per il suo patrimonio culturale e la sua storia, tanto da conoscere bene la lingua, circostanza che gli permetteva di conversare con molti abruzzesi sulla guerra nel suo solito stile appassionato.
Dal libro emerge come i partigiani sin dai primi contatti lo hanno rispettato come il loro leader naturale e una volta che lo hanno visto di pattuglia, hanno riconosciuto in lui un uomo determinato e coraggioso, ma anche rispettoso della popolazione locale.
Ettore Troilo nel suo memoriale pubblicato dalla Nuova Italia confermerà che soltanto “grazie al vivo e fattivo interesse del Maggiore Wigram .... ebbi la soddisfazione di veder finalmente organizzare e costituire il Corpo dei Volontari della Maiella”.
Il maggiore giunse a Pizzoferrato un secolo dopo un altro illustre inglese, il pittore Edward Lear, che rimase colpito dal singolare paesaggio del paese, sovrastato dalla roccia, con la chiesetta in cima e le case sottostanti, che volle rappresentare in disegno poi inserito nel suo prezioso “Illustrated excursions in Italy”, pubblicato a Londra nel 1846.
L’attacco alla guarnigione tedesca che occupava Casa Casati – nei pressi della sommità della roccia - iniziò in quella fredda e innevata notte d’inverno. La Wigforce saliva a piedi da Quadri. Lo scontro fu durissimo ed ebbe alterne vicende. Quando sembrava che i tedeschi stessero cedendo, Wigram fu colpito al petto da alcuni proiettili. Gravemente ferito fu portato nella vicina Chiesa della Madonna del Girone, dove morì poco dopo. Aveva 37 anni. Nella chiesa, divenuta teatro di sanguinosi scontri, ripararono gli altri militari inglesi e i partigiani, poi assaliti dai tedeschi. Alcuni partigiani trovarono scampo lanciandosi dalla roccia verso il paese.
Il bilancio dell’azione fu di 32 morti (20 tedeschi, 10 italiani, 2 inglesi) e diversi feriti.
La sig.ra Elisa Ciccarelli mi accompagna nella visita della Chiesa della Madonna del Girone, dove numerosi buchi provocati da proiettili e bombe a mano, intorno al crocifisso dietro l’altare, sono ancora lì a testimoniare drammaticamente la durezza degli scontri. La sig.ra, che abita una delle ultime case in cima al paese, tiene le chiavi della chiesa e mi racconta del padre partigiano, come altri parenti. Mi riferisce di aver sentito parlare del comandante inglese, di cui però ignora il nome, indicandomi il punto preciso dove egli fu mortalmente colpito. Si emoziona quando le mostro la foto dell’ufficiale inglese: “Era anche un bell’uomo” commenta. Le chiedo ancora se può indicarmi dove abita la sig.ra Pina Malferrari, vedova di Valentino D’Aloisio, comandante del gruppo di partigiani di Pizzoferrato. La sig.ra è scomparsa lo scorso anno, mi dice ricordando che “per anni si era impegnata nel raccogliere testimonianze e tenere viva la memoria delle vicende vissute dal paese”.
Denis Forman, nel prosieguo della guerra fu ferito gravemente nella battaglia di Cassino, perdendo una gamba. Tornato alla vita civile è stato per anni ai vertici di società televisive e cinematografiche, ma non ha mai dimenticato l’amico Wigram. Racconta di essere tornato tre volte a Pizzoferrato. L’ultima volta nel 1990. L’età e le sue condizioni fisiche non gli consentivano di salire fin su alla Chiesa. Racconta che allora che parlò - con il suo stentato italiano - ad alcuni abitanti di Pizzoferrato di essere stato un ufficiale inglese impegnato negli scontri del 1944 chiedendo di essere aiutato. Racconta di essere stato immediatamente sostenuto nel suo desiderio: “Fui trascinato a braccia fin in cima”.
Eppure in lui rimane l’amarezza per l’amico Lionel, dimenticato proprio nel paese abruzzese dove ha perso la vita.
Tra i lettori colpiti dal libro di Forman ho conosciuto il colonnello inglese Richard Soar, che due anni scelse di stabilirsi in Abruzzo, nelle vicinanze di Sulmona, dopo la pensione.
Soar scelse di recarsi a Pizzoferrato in un giorno di inverno, con la neve, cercando di calarsi nel contesto degli scontri e rivivendo le ultime ore del maggiore inglese, di cui aveva profonda stima ed al quale era accomunato per il suo amore per il nostro Paese (R.Soar è deceduto nello scorso mese di maggio).
“Ho sentito molto parlare del magg. Wigram da mio padre Domenico”, mi racconta Alberto Troilo, figlio del vice comandante della Brigata Maiella, oggi impegnato nelle attività della Fondazione Brigata Maiella (www.fondazionebrigatamaiella.it). E’ ancora Alberto Troilo a sostenere che “il profilo di Lionel Wigram mi ha sempre affascinato per la sua “normalità”, un uomo maturo, prestato alla guerra, intelligente e disponibile. Un uomo che ha sacrificato la propria vita non soltanto per senso del dovere ma anche per grande coerenza con le sue convinzioni. I mesi che hanno seguito la sua scomparsa dimostrano che aveva ragione e anche per questo merita gli venga riconosciuto il titolo di eroe.”
Per i suoi soldati inglesi un eroe lo è sempre stato. Dopo la fine della guerra, i militari che lo hanno conosciuto lo ricordavano il 3 febbraio di ogni anno, cenando insieme in un ristorante italiano di Londra e brindando con vino abruzzese.
Le spoglie mortali di Lionel Wigram sono rimaste per sempre in Abruzzo, insieme a quelle di migliaia di altri morti della seconda guerra mondiale, nel cimitero canadese di Ortona. La sua tomba si trova all’ultima fila a sinistra.
Eppure il suo ruolo è stato determinante per la sorti della Brigata Maiella, inizialmente chiamata anche “Wigforce”, che divenne una vera e propria unità bellica, “inserita” nelle truppe alleate, al cui fianco continuò a lottare fino alla fine della guerra, ben oltre i confini regionali.
Una caratteristica unica nel panorama della storia della resistenza italiana, osserva Romano Canosa nel suo recente saggio sulla Brigata Majella (ed. Menabò, 2009, p. 5).
Ma l’interesse che ci muove nel delineare la presenza di Wigram in Abruzzo supera ampiamente i confini storico-militari, peraltro rilevanti nel più ampio contesto del secondo conflitto mondiale ed in particolare delle vicende sviluppatesi in Italia.
Fondamentale risulta la conoscenza del racconto-testimonianza di un ufficiale inglese, o meglio scozzese, Denis Forman. Pubblicato con il titolo “To Raison why” (in italiano “Ragionando sul perché”), di cui un’ultima edizione è stata edita lo scorso anno in Gran Bretagna – che offre interessanti elementi per meglio comprendere quanto accaduto a cavallo tra 1943 e 1944 in Abruzzo, ponendo in luce non solo il ruolo di Wigram, che trovò la morte a Pizzoferrato all’alba del 3 febbraio 1944, durante un duro scontro con truppe tedesche, ma anche la sua profonda umanità e cultura.
Le ragioni del libro sono spiegate sin dal titolo come esigenza di rispondere innanzitutto alla vedova, sig.ra Olga Wigram, che aveva chiesto insistentemente a Forman, in una lettera del successivo 5 marzo, che le venissero spiegate le circostanze che avevano portato alla morte del marito Lionel, di cui le restava “impossibile credere, che quando questa guerra crudele sarà finita, non tornerà di nuovo a casa”.
Il generale Montgomery nel suo memoriale di guerra da “El Alamein to the river Sangro” ignora volutamente la presenza e il ruolo dei partigiani nelle drammatiche giornate che hanno visto l’Abruzzo divenire teatro di sanguinose vicende, centrali nella evoluzione della seconda guerra mondiale. Il Field Marshal con un linguaggio freddo espone la sua strategia militare, non nascondendo insofferenza per il contesto politico e militare venutasi a creare dopo l’8 settembre nel nostro Paese, con una visione assai riduttiva rispetto alla complessità storica di quel periodo.
Secondo Forman, pare che fosse stata proprio una relazione di Wigram - poco piaciuta a Montgomery – a provocare la sua destinazione, sostanzialmente punitiva, nell’area della Maiella, il cui comando, con una limitata dotazione di uomini, aveva sede a Casoli, ai margini di quella che era drammaticamente diventata la “terra di nessuno” (“no mans land”) del fronte abruzzese.
Prima dell’arrivo del maggiore inglese al comando, vani era stati i tentativi dei partigiani di accreditarsi presso gli alleati. Forti erano i pregiudizi nei confronti degli italiani, nel particolare momento storico vissuto dal nostro paese, mente lo stesso Montgomery era contrario ad avvalersi della collaborazione di partigiani. Dalle testimonianze di Forman vengono confermati i contatti avviati con gli alleati all’inizio del dicembre 1943 dal gruppo di partigiani di Civitella Messer Raimondo, poi ricompreso nella successiva e progressiva fase espansiva del movimento che portò alla costituzione della Brigata Maiella.
Forman, che aveva conosciuto Wigram in Inghilterra, frequentando la scuola di guerra di Bernard Castle, non si limita a raccontare gli eventi, ma descrive anche le sue impressioni su quei giorni ed in particolare con gli abruzzesi: “Come passava il tempo, il mio affetto per la gente d’Abruzzo cresceva sempre più forte. Amavo il suono della loro lingua, molto diverso dal parlare romano e la varietà dei loro gesti, alcuni complicati e la maggior parte caratteristici della regione. La conversazione con un abruzzese poteva prendere la forma di una gestualità mimica continua, dapprima unilaterale, ma man mano che cresceva la familiarità con il repertorio, anche io potevo sostituire le parole con i movimenti delle mani fino al massimo dei gesti di richiesta, quando offrendomi un secondo piatto di pasta, indicavo: “Grazie- tanto-era- tutto-delizioso-non riesco-a mangiare-nient’altro-ma facciamo un brindisi-per uno”. Tutto questo senza dire una parola. Sebbene in diversi aspetti avevano il carattere tipico dei contadini di tutto il mondo - attaccati al denaro, stoici nell’affrontare i disastri (sia se causati da forze naturali sia dovuti alla guerra), forti lavoratori, attaccati alla famiglia, gelosi della terra, inclini alla vendetta e all’odio profondo - gli abruzzesi avevano qualità uniche: una forma di nero umorismo, improvvisi scoppi di passione e una generosità d’animo per cui, una volta che ti accettavano come amico, ti coinvolgevano nell’intimità del loro ambito familiare”.
Forman è un ufficiale in guerra, ma è anche un attento osservatore di quanto lo circonda, ad esempio quando annota con un pizzico di emozione come “una delle immagini più commoventi che ho portato con me da Casoli è quella di una continua processione di donne, da giovani ragazze a ottantenni, tutte vestite di nero, che si fanno strada attraverso ripidi sentieri da una cava di pietra situata alla base del villaggio fino alle loro case nel punto più alto, dove erano stati fatti i danni maggiori. Ognuna di loro portava una grossa pietra appoggiata su un panno arrotolato sulla testa.”
Non mancano gli aneddoti: “Ricordo una sera che mangiavamo la pasta e bevevano il temibile ‘cotto’ in una fattoria che sembrava più una stamberga, dove le posate consistevano di coltelli (uno ogni due) del genere usato in Scozia per scuoiare un cervo, e mezza dozzina di forchette ricavate da ossa e intagliate a mano. Ammiravo fortemente le forchette che avevano la grazia e l’equilibrio dell’arte antica Minoica e vedendo questo, come l’atmosfera si scaldò, la signora mi offrì le forchette in regalo. Sentivo che non potevo privarli di un attrezzo essenziale per mangiare così ne presi giusto una come dono e in ricordo. La mattina dopo mi fu recapitato in ‘albergo’ un piccolo pacchetto avvolto in una grezza carta nera. Dentro c’erano le altre cinque forchette con una nota per lo più indecifrabile dove mi chiedevano di tenerle. Cosa che feci, ritornando poi la sera dopo a cantare per loro una canzone di ringraziamento, con l’accompagnamento di una fisarmonica, che aveva una frase rivolta a ogni membro della famiglia, e un coro che al posto di ‘O sole mio’ cantava ‘O forchetta..’.
Interessante la descrizione dell’invito a cena nel castello di Casoli, che permise un bagno ai due ufficiali, ma anche di intrattenersi con il barone e sua figlia Elena con discussioni su Virgilio, Cicerone e Tucilide, ma anche su Shakespeare.
I rapporti di Wigram con gli abitanti dei paesi della Maiella erano forti, ma diversi. Era un avvocato e amava l’Italia per il suo patrimonio culturale e la sua storia, tanto da conoscere bene la lingua, circostanza che gli permetteva di conversare con molti abruzzesi sulla guerra nel suo solito stile appassionato.
Dal libro emerge come i partigiani sin dai primi contatti lo hanno rispettato come il loro leader naturale e una volta che lo hanno visto di pattuglia, hanno riconosciuto in lui un uomo determinato e coraggioso, ma anche rispettoso della popolazione locale.
Ettore Troilo nel suo memoriale pubblicato dalla Nuova Italia confermerà che soltanto “grazie al vivo e fattivo interesse del Maggiore Wigram .... ebbi la soddisfazione di veder finalmente organizzare e costituire il Corpo dei Volontari della Maiella”.
Il maggiore giunse a Pizzoferrato un secolo dopo un altro illustre inglese, il pittore Edward Lear, che rimase colpito dal singolare paesaggio del paese, sovrastato dalla roccia, con la chiesetta in cima e le case sottostanti, che volle rappresentare in disegno poi inserito nel suo prezioso “Illustrated excursions in Italy”, pubblicato a Londra nel 1846.
L’attacco alla guarnigione tedesca che occupava Casa Casati – nei pressi della sommità della roccia - iniziò in quella fredda e innevata notte d’inverno. La Wigforce saliva a piedi da Quadri. Lo scontro fu durissimo ed ebbe alterne vicende. Quando sembrava che i tedeschi stessero cedendo, Wigram fu colpito al petto da alcuni proiettili. Gravemente ferito fu portato nella vicina Chiesa della Madonna del Girone, dove morì poco dopo. Aveva 37 anni. Nella chiesa, divenuta teatro di sanguinosi scontri, ripararono gli altri militari inglesi e i partigiani, poi assaliti dai tedeschi. Alcuni partigiani trovarono scampo lanciandosi dalla roccia verso il paese.
Il bilancio dell’azione fu di 32 morti (20 tedeschi, 10 italiani, 2 inglesi) e diversi feriti.
La sig.ra Elisa Ciccarelli mi accompagna nella visita della Chiesa della Madonna del Girone, dove numerosi buchi provocati da proiettili e bombe a mano, intorno al crocifisso dietro l’altare, sono ancora lì a testimoniare drammaticamente la durezza degli scontri. La sig.ra, che abita una delle ultime case in cima al paese, tiene le chiavi della chiesa e mi racconta del padre partigiano, come altri parenti. Mi riferisce di aver sentito parlare del comandante inglese, di cui però ignora il nome, indicandomi il punto preciso dove egli fu mortalmente colpito. Si emoziona quando le mostro la foto dell’ufficiale inglese: “Era anche un bell’uomo” commenta. Le chiedo ancora se può indicarmi dove abita la sig.ra Pina Malferrari, vedova di Valentino D’Aloisio, comandante del gruppo di partigiani di Pizzoferrato. La sig.ra è scomparsa lo scorso anno, mi dice ricordando che “per anni si era impegnata nel raccogliere testimonianze e tenere viva la memoria delle vicende vissute dal paese”.
Denis Forman, nel prosieguo della guerra fu ferito gravemente nella battaglia di Cassino, perdendo una gamba. Tornato alla vita civile è stato per anni ai vertici di società televisive e cinematografiche, ma non ha mai dimenticato l’amico Wigram. Racconta di essere tornato tre volte a Pizzoferrato. L’ultima volta nel 1990. L’età e le sue condizioni fisiche non gli consentivano di salire fin su alla Chiesa. Racconta che allora che parlò - con il suo stentato italiano - ad alcuni abitanti di Pizzoferrato di essere stato un ufficiale inglese impegnato negli scontri del 1944 chiedendo di essere aiutato. Racconta di essere stato immediatamente sostenuto nel suo desiderio: “Fui trascinato a braccia fin in cima”.
Eppure in lui rimane l’amarezza per l’amico Lionel, dimenticato proprio nel paese abruzzese dove ha perso la vita.
Tra i lettori colpiti dal libro di Forman ho conosciuto il colonnello inglese Richard Soar, che due anni scelse di stabilirsi in Abruzzo, nelle vicinanze di Sulmona, dopo la pensione.
Soar scelse di recarsi a Pizzoferrato in un giorno di inverno, con la neve, cercando di calarsi nel contesto degli scontri e rivivendo le ultime ore del maggiore inglese, di cui aveva profonda stima ed al quale era accomunato per il suo amore per il nostro Paese (R.Soar è deceduto nello scorso mese di maggio).
“Ho sentito molto parlare del magg. Wigram da mio padre Domenico”, mi racconta Alberto Troilo, figlio del vice comandante della Brigata Maiella, oggi impegnato nelle attività della Fondazione Brigata Maiella (www.fondazionebrigatamaiella.it). E’ ancora Alberto Troilo a sostenere che “il profilo di Lionel Wigram mi ha sempre affascinato per la sua “normalità”, un uomo maturo, prestato alla guerra, intelligente e disponibile. Un uomo che ha sacrificato la propria vita non soltanto per senso del dovere ma anche per grande coerenza con le sue convinzioni. I mesi che hanno seguito la sua scomparsa dimostrano che aveva ragione e anche per questo merita gli venga riconosciuto il titolo di eroe.”
Per i suoi soldati inglesi un eroe lo è sempre stato. Dopo la fine della guerra, i militari che lo hanno conosciuto lo ricordavano il 3 febbraio di ogni anno, cenando insieme in un ristorante italiano di Londra e brindando con vino abruzzese.
Le spoglie mortali di Lionel Wigram sono rimaste per sempre in Abruzzo, insieme a quelle di migliaia di altri morti della seconda guerra mondiale, nel cimitero canadese di Ortona. La sua tomba si trova all’ultima fila a sinistra.
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Una sua lettera inviata alla moglie dà un’idea dei suoi sentimenti per gli Abruzzesi.
Cara Olga,
“I tedeschi in questa zona sono stati particolarmente orribili. Hanno usato la politica della ‘terra bruciata”. Non solo hanno distrutto obiettivi militari, ma ogni singola fattoria e costruzione per varie miglia intorno. In alcuni villaggi non è rimasta in piedi neanche una costruzione. Il loro metodo è di avvicinarsi alle finestre e alle porte e buttare una mina dentro la casa. Questa fa esplodere i muri e il tetto e di solito provoca incendi sul resto. E’ in assoluto un atto vandalico che non serve a nessuno scopo militare e che ha fatto impazzire talmente gli italiani che sono pronti a combattere ancora. Mi sono fatto molti amici tra di loro e ho scoperto che loro sono i veri vincitori. Parlo molto l’italiano ora e sto cominciando a chiacchierare senza sosta proprio come un nativo. E’ una bellissima lingua - piena di musica - quando cominci a comprenderla bene. Spero che non ti importerà di avere un marito tutto italiano, ma in fondo sei abituata ai cambiamenti mia cara, non è vero ? ”
Lionel Wigram
(traduzione di Laura Borgione)
Una sua lettera inviata alla moglie dà un’idea dei suoi sentimenti per gli Abruzzesi.
Cara Olga,
“I tedeschi in questa zona sono stati particolarmente orribili. Hanno usato la politica della ‘terra bruciata”. Non solo hanno distrutto obiettivi militari, ma ogni singola fattoria e costruzione per varie miglia intorno. In alcuni villaggi non è rimasta in piedi neanche una costruzione. Il loro metodo è di avvicinarsi alle finestre e alle porte e buttare una mina dentro la casa. Questa fa esplodere i muri e il tetto e di solito provoca incendi sul resto. E’ in assoluto un atto vandalico che non serve a nessuno scopo militare e che ha fatto impazzire talmente gli italiani che sono pronti a combattere ancora. Mi sono fatto molti amici tra di loro e ho scoperto che loro sono i veri vincitori. Parlo molto l’italiano ora e sto cominciando a chiacchierare senza sosta proprio come un nativo. E’ una bellissima lingua - piena di musica - quando cominci a comprenderla bene. Spero che non ti importerà di avere un marito tutto italiano, ma in fondo sei abituata ai cambiamenti mia cara, non è vero ? ”
Lionel Wigram
(traduzione di Laura Borgione)
Grazie Antonio, bell'articolo! Valentino D'Aloisio in Rivelazioni d'amor patrio a Pescara, 1962 (volume di autori vari sul Risorgimento, curato da D'Aloisio), pp.44 e 252, ci ricorda il motto ''Chi 'zi mette ghi nu/ z'accatta li guai'' riportato sulla bandiera italiana dei partigiani di Pizzoferrato. Vorrei appurare l'esatta origine di questo motto '' ammonitore degli antenati'' (p.252), e penso che potrei domandare a Bruna D'Aloisio che immagino essere figlia del comandante D'Aloisio. Andrea D'Emilio, Pescara (il 19 aprile 2012 ho inaugurato il monumento al prodittatore dei tre Abruzzi Clemente De Caesaris, morto in una stanza d'elemosina. Si trova a Pescara, in via delle caserme, di fronte la casa di Gabriele d'Annunzio.
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